L’artigianato italiano, pilastro silenzioso della nostra economia e custode di una tradizione che affonda le radici nei secoli, sta attraversando una delle crisi più profonde della sua storia moderna.
Secondo dati recenti, negli ultimi dieci anni si sono perse 400mila figure artigiane, con un’accelerazione preoccupante nel biennio 2023-2024, segnato dalla chiusura di oltre 72mila imprese.

Dietro questi numeri, c’è molto più di un trend economico: c’è un cambiamento sociale, culturale e generazionale che rischia di cancellare un intero patrimonio di competenze, relazioni e identità locale.

I numeri della scomparsa

La categoria degli artigiani – idraulici, falegnami, elettricisti, calzolai e molte altre figure chiave per la vita quotidiana – è in costante riduzione.
Per decenni, questi professionisti hanno rappresentato un presidio fondamentale nelle città e nei paesi, garantendo servizi essenziali e dando valore al lavoro manuale e di prossimità.

Oggi, tuttavia, l’Italia assiste a una vera e propria “fuga degli artigiani”, complici diversi fattori sociali ed economici.

Le cause di una crisi profonda

Tra i principali motivi che alimentano la crisi artigiana emergono dinamiche culturali e strutturali che si intrecciano da anni:

  • un orientamento educativo e sociale che spinge i giovani verso professioni “intellettuali”, relegando i mestieri manuali a scelte di ripiego

  • la mancanza di modelli attrattivi e di figure artigiane capaci di ispirare le nuove generazioni

  • la percezione di scarsa sicurezza economica dovuta a redditi variabili e costi fissi elevati

  • la complessità burocratica e fiscale che scoraggia l’avvio di nuove imprese o botteghe indipendenti

Il risultato è una disaffezione crescente che svuota le scuole professionali e riduce il ricambio generazionale.
Eppure, restituire dignità al lavoro artigiano non significa solo aprire una partita IVA: vuol dire offrire ai giovani percorsi concreti all’interno delle imprese artigiane, anche come dipendenti o coadiuvanti, dove il valore delle mani e delle competenze torni a essere riconosciuto.

Le conseguenze sociali ed economiche

Un’Italia senza artigiani sarebbe un’Italia più fragile.
La crisi del settore non comporta solo la chiusura di botteghe o laboratori, ma incide direttamente su aspetti economici e culturali:

  • perdita di competenze uniche e di capacità produttiva qualificata

  • peggioramento della qualità dei servizi di manutenzione e riparazione

  • aumento della dipendenza da grandi catene e modelli standardizzati

  • impoverimento delle comunità locali e perdita di identità territoriale

Senza botteghe dove si tramandano mestieri e conoscenze, anche il concetto stesso di Made in Italy rischia di svuotarsi del suo significato autentico.

Rilanciare l’artigianato per il futuro del Paese

Il declino dell’artigianato rappresenta una delle sfide più urgenti per l’economia e la cultura del nostro Paese.
Invertire la tendenza richiede un impegno coordinato tra istituzioni, scuole, associazioni di categoria e famiglie: servono percorsi formativi dedicati, campagne culturali e politiche mirate a sostenere l’occupazione artigiana.

Ridare centralità al lavoro manuale significa rafforzare la coesione sociale, rilanciare l’eccellenza produttiva e preservare quella creatività che ha sempre distinto l’Italia nel mondo.
Se sapremo valorizzare competenze, passione e innovazione, potremo costruire un futuro che unisce progresso e tradizione, senza rinunciare alle nostre radici.